10 aprile 2026
Servizio regionale per la Pastorale carceraria
FESTA REGIONALE DELLA MISERICORDIA: A CALTANISSETTA CAPPELLANI DELLE CASE DI RECLUSIONE, OPERATORI, VOLONTARI E DETENUTI CON I LORO FAMILIARI
Si è svolta venerdì 10 aprile presso l’Auditorium della diocesi di Caltanissetta la sesta edizione della Festa regionale della Misericordia che ha visto radunati i cappellani delle case di reclusione della Sicilia, gli operatori e i volontari, nonché alcuni detenuti beneficiari di permesso assieme ai loro familiari.
L’evento è stato organizzato dal Servizio regionale di Pastorale carceraria della Conferenza episcopale siciliana, diretto da don Paolo Giurato, e il cui vescovo delegato è mons. Giovanni Accolla, arcivescovo di Messina.
Dopo la preghiera, condotta da don Andrea Zappulla della Casa circondariale di Augusta, ha svolto la sua relazione don Raffaele Grimaldi, Ispettore Generale dei Cappellani delle Carceri Italiane.
“Quest’anno giubilare trascorso – ha detto don Raffaele – è stato certamente un tempo di perdono e di riconciliazione che ha visto lo sguardo di molti, fissare le nostre carceri facendo crescere la cultura dell’accoglienza e del non giudizio”. Poi ha lamentato l’insensibilità dello Stato: “Ci aspettavamo tutti con fiducia, durante l’Anno Santo, forme di amnistia o di condono della pena che potevano aiutare le persone a recuperare fiducia in se stesse e nella società, ma ciò non e avvenuto, eppure la Chiesa continuamente ha chiesto, quasi mendicando, un segno di misericordia per dare la possibilità di ricominciare una vita nuova”. E ha proseguito “Nella Bolla Papale per l’indizione del Giubileo abbiamo letto: “Nell’anno Giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto” (n. 10).
Poi ha esortato gli operatori: “Non stanchiamoci, non facciamo che la delusione, l’amarezza che a volte sperimentiamo nei nostri istituti, ci tolga il desiderio di essere Vangelo vivente e segni di speranza. Anzi custodiamo questa virtù e diffondiamola soprattutto nei cuori dei ristretti, delle loro famiglie, ma soprattutto in coloro che lavorano nei nostri istituti, affollati, senza risorse, e con scarsa presenza di personale”. Papa Leone nella celebrazione del 14 dicembre per il Giubileo dei detenuti ci invitava a “non scoraggiarci a non tirarci indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione… Sono molti, infatti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve rialzare e nessun essere umano, coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.
Ognuno ha diritto alla speranza – ha proseguito don Raffaele Grimaldi – “soprattutto coloro che sono rinchiusi dietro le sbarre e che hanno smarrito il senso della bellezza della vita e della libertà. Molti di loro nelle carceri, sperimentano la ‘durezza della reclusione’, quando mancano attività d’inserimento, quando trascorrono molto tempo chiusi nelle loro celle, quando vivono isolati e quando vengono abbandonati al loro destino dalle loro stesse famiglie. Molti di loro – ha aggiunto – vivono il dramma della solitudine, non hanno persone care per fare colloqui, non hanno mogli, figli, genitori, ed è qui che la nostra presenza di operatori pastorali, è un segno tangibile di speranza, nel prenderci cura e far sentire il nostro affetto e vicinanza, diventando per la loro, in quel contesto, la loro unica famiglia”.
L’ispettore generale dei Cappellani delle Carceri Italiane ha poi fissato l’attenzione lì dov’è quella della Chiesa verso i carcerati: un’opera di misericordia che nasce dal Vangelo, dal desiderio del Cristo stesso che dice: “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi”. “Anche se oggi non è molto facile assolvere questo desiderio di Gesù. Entrare in carcere, in molti Istituti penitenziari comporta tanta burocrazia, lentezza, ostacoli, e timori da parte della magistratura e delle stesse direzioni. Noi qui rappresentiamo una società perdente agli occhi del mondo – ha proseguito -, una comunità che si è messa dalla parte dei deboli e non dei potenti, una comunità fallita, che ha investito le sue energie su persone sbagliate, poco affidabili che non vogliono cambiare e che sono ancora radicate nell’illegalità e nei compromessi con la malavita. Ma siamo qui accanto a loro perché crediamo nel loro cambiamento, crediamo che un cuore di pietra possa trasformarsi in un cuore di carne, crediamo che anche il deserto possa rifiorire, crediamo nella conversione dell’uomo se si lascia toccare dalla Grazia e dalla Misericordia di Dio. Ma dobbiamo anche aggiungere, che tutto ciò non basta, per il loro reinserimento pieno, perché c’è bisogno di una società accogliente che da fiducia, che non giudica, che non si lascia condizionare dai facili giudizi. “Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati” e il mondo del carcere è fatto da molti ammalati, che hanno bisogno della medicina della Misericordia e dell’Accoglienza”. E ha concluso: “Che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati“.
Erano circa 130 i presenti con circa 25 tra sacerdoti e diaconi che hanno concelebrato poi l’eucarestia presieduta da mons. Mario Russotto, vescovo di Caltanissetta. Prendendo spunto dalla liturgia del giorno il vescovo ha voluto evidenziare come gli apostoli e lo stesso Gesù abbiano sperimentato il carcere nella casa di Caifa. Perciò anche Dio sa cosa significa perdere la libertà. Ma non c’è prigione che possa incatenare la nostra libertà, perché è essa che determina poi cosa scegliere di fare nella vita, se il bene o il male, cioè di essere uomini nella propria dignità. Riferendosi poi al vangelo (Gv 21), mons. Russotto ha ricordato che quando la vita presenta prove e difficoltà ci viene difficile credere che Cristo è risorto. Tuttavia Egli non abbandona i suoi, anche se la comunità è disgregata ed è notte e la pesca è fallimentare. È proprio lì che Gesù interviene e l’ubbidienza alla sua parola provoca la sovrabbondanza. Così avviene il passaggio dalla disperazione alla speranza.
Al termine della celebrazione don Raffaele Grimaldi ha consegnato al vescovo Russotto una croce pettorale realizzata dai detenuti delle carceri minorili di Casal del Marmo e Rebibbia che il vescovo ha voluto indossare.
Tutti gli intervenuti hanno poi consumato un pranzo fraterno a buffet nella sala da pranzo del contiguo Seminario, offerto dalla Conferenza Episcopale Siciliana.
La Sicilia è la prima regione che ha dato inizio a questa iniziativa che si celebra oggi anche in Campania e Puglia.








































Condividi