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NOTO. “WAKE UP QUAGLIÒ”. STAGLIANÒ CANTA PERCHÉ RIAFFIORINO SPERANZA E CREATIVITÀ. “NO” AL NICHILISMO DELL’IPERMERCATO

Mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, è conosciuto ormai dai giovani, e non solo della sua diocesi, per l’originale strada scelta per avvicinarli e parlar loro di Gesù e del suo Vangelo di salvezza. Lo fa, oltre che per mezzo della sua fede profonda e della sua alta preparazione teologica, anche attraverso il suo amore per la poesia, la sua voce melodica e la sua chitarra. Mons. Staglianò “canta perché riaffiorino speranza e creatività e, attraverso l’evangelizzazione che utilizza il canto, dice il suo “No” al nichilismo dell’ipermercato. A dirlo è lui stesso in una intervista a firma di Roberto Rubino, pubblicata su 2minutesweb.com.  
Ecco il testo integrale dell’articolo.
 
“Wake up” è “svegliarsi”, risorgere. È un testo iconico, quello sanremese di Hunt, che permea le coscienze. E Staglianò (guarda intervista), con la sua cultura a tutto tondo, riesce a trasmettere, prima di tutto, la sua armonia interna, la vera amicizia, il senso della fede sincera, lontana dai condizionamenti di massa. “Wake up è anche il titolo di un Cd di Papa Francesco – ricorda – e rimanda alla resurrezione del Cristo, all’elevazione, al risveglio. La Resurrezione è l’unica novità della storia. E nonostante le tragiche condizioni in cui i giovani oggi si trovano, la depressione morale culturale ed economica offre l’opportunità di risolversi.
“Il giorno arriverà” è anche il titolo di una sua canzone, che contiene liriche particolarmente toccanti. “Tu che piangi col silenzio del tuo cuore, tu che soffri l’abbandono della vita, che odori le tristezze della gente, pensi che il giorno arriverà, questa notte finirà. Via da te l’angoscia”. Il male di vivere. Cita a memoria “La sera” di Foscolo: “E mentre guardo la tua pace, dorme quello spirito guerriero ch’entro mi luce. E allora tornerò a sperare che il deserto può fiorire: se l’amore è più grande, d’amor posso morire”. Una nuova musicalità e scansione ritmica, quindi, nella comunicazione. Il prelato non si fa problemi nell’imbracciare una delle sue chitarre e la musica arrangiata è davvero coinvolgente, non un linguaggio canonico, ma quello della cronaca dello spirito, dell’uomo che vive nella strada, che apre la porta ai giovani. C’è carenza di fiducia nei giovani e lui insiste su questa percezione: “La politica deve servire il bene comune – aveva premesso – ma tutti dovremmo porci la questione di qual sia il bene comune. La politica deve servire, ma il bene comune non è una torta economica. È la fiducia sociale, quella nel cuore della gente, per guardare a un futuro vero. Se i giovani sono depressi è perché da anni, in questa difficile transizione planetaria, sono alle dipendenze delle famiglie d’origine fino a 40 primavere e oltre. Una condizione che si ripercuote nella percezione di sé. La fiducia nelle capacità non va smarrita, ma occorre poterla esercitare: i laureati vengono qui da me, non sono un ufficio di collocamento, ma metto a disposizione le mie disponibilità. Ho sostenuto chi, per esempio, ha mirato alla coltivazione della terra, restaurando mulini a pietra: questa è creatività. Dei ragazzi mi hanno chiesto lavoro, e ho messo loro a disposizione la chiesa del San Salvatore per una cooperativa necessaria a un museo, gratuitamente”. Ecco, è alla creatività che bisogna puntare, a suo avviso, in un’era di grande instabilità lavorativa. E chi lo cerca, il lavoro, non lo trova. L’unico modo è proprio costruirselo. D’altronde lui s’è costruito tutto, fin da bambino, giocattoli compresi: “Oggi i bimbi ne hanno tanti, di balocchi, e ne sono pure annoiati – sostiene -. Sono figli di una società che inebetisce tutti. Già Pierpaolo Pasolini, negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”, si rivolgeva contro il potere devastante nelle menti dei giovani: il potere della civiltà dei consumi, quello che erode l’anima”. Staglianò la definisce, “la società dell’ipermercato”. Ed è difficile, qui, che un giovane possa aver fiducia in sé stesso. Piuttosto vuole obnubilarsi con divertimenti errati. “Se in discoteca si devono “pasticcare”, vuol dire che l’ipermercato non funziona – rileva -. Quindi occorre rigettare la mentalità del consumo, acquisire un’austerità, eliminare i bisogni indotti, esser felici di avere un solo jeans e non 10, puntare sull’essenziale, come direbbe Marco Mengoni, rifiutando le cattive abitudini e gli eccessi. Se lo dice Mengoni, magari lo sentono – scherza -. Perché l’essenzialità è nei rapporti autentici, nell’amicizia, nella fraternità. Nel gruppo degli amici si può recuperare tempo e fantasia. Questa è la vera rivoluzione. Papa Francesco dice che non vuole giovani in ciabatte, occorre dinamismo, socialità, dove non si parli solo di calcio. Bisogna uscire dalla “gabbia” in cui sono intrappolati”. Da Sanremo all’autocomposizione, con un linguaggio non banale, ma diretto, concreto del Vescovo che canta e suona, consapevole che nel “blowing in the wind” c’è poesia, ma occorre trovare risposte concrete, che distruggano la droga, l’ottundimento, la disperazione. I sociologi e i filosofi scorgono nel nichilismo l’ospite più terribile, dove non si trovano neppure le domande. Forse perché gli adolescenti hanno pure perso la forza di immaginare una domanda. Ed è questo il vero gap da superare al più presto.
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