9-12 febbraio 2026
Centro Madre del Buon Pastore
“AMARE, ASCOLTARE, PREGARE”: IL MINISTERO DEL CONFESSORE IN UN PERCORSO INTERDISCIPLINARE PER SACERDOTI E SEMINARISTI
Il 9 febbraio nel pomeriggio, presso il Seminario estivo di Acireale, ha avuto inizio il Corso formativo sul Sacramento della Riconciliazione, organizzato dal Centro Madre del Buon Pastore, dal tema “Il ministero del confessore: amare, ascoltare, pregare”. I partecipanti provengono dalle diocesi di Palermo, Catania, Acireale, Agrigento, Messina, Patti, Trapani, Caltagirone, Nicosia, Siracusa. Mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, nsieme ad alcuni seminaristi e sacerdoti, a preso parte per l’intero corso, la sua presenza è stata un bel segno di comunione e fraternità.
Il Direttore del centro, don Antonino Sapuppo, ha introdotto i lavori mettendo in evidenza alcuni aspetti della crisi della prassi del Sacramento della Riconciliazione: “Si constata facilmente che la prassi sacramentale della confessione dei nostri fedeli stia attraversando una importante crisi a causa della perdita di significato di alcune categorie antropologiche e teologiche. È venuto meno nel sentire comune – ha detto – il senso del peccato: una possibile causa potrebbe essere ascritta al processo di secolarizzazione, che ha condizionato profondamente il sistema valoriale dell’agire retto. Si pensi alla rielaborazione della conflittualità, nel processo del perdono e della riconciliazione: la dinamica della logica della giustizia fai da te ha prevalso sulla logica dell’amore”.
La prima relazione è stata affidata alla prof.ssa Rosa Grazia Romano, docente di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagogiche e Studi Culturali dell’Università di Messina, e docente di Filosofia dell’educazione presso l’Istituto Teologico S. Tommaso di Messina. La relazione dal titolo “Riconciliarsi per riconciliare: la potenza disarmante della misericordia” è stata ben apprezzata per i suoi contenuti e per le linee argomentative impreziosite da una profonda spiritualità e introspezione dell’anima, attraverso tre passaggi: il riconciliarsi con se stesso; guardare l’altro con gli occhi di Dio; riconciliarsi con gli altri. “Difficile è capire cosa è peccato, il penitente è giudice, imputato e accusatore, l’opinione è diventata un dogma, il sentimento è la base delle nostre scelte. Siamo dinanzi ad un processo di destabilizzazione: si confonde ciò che è vero da ciò che è verosimile. Ecco perché – ha detto – è necessario tracciare la genealogia della dispersione, che rifiuta l’idea di peccato. Cosa significa pensare secondo Dio? Dio diventa il luogo dove prendere le proprie decisioni, che ci rende capace di dare un nome alle proprie ferite. Un cuore ferito è un cuore indurito, anche se il conflitto è sempre un’occasione propizia per capire se stesso, e dopo ogni conflitto Dio ci chiede qualcosa di nuovo”.
I lavori sono continuati con la relazione del Prof. Francesco Pira, sociologo dell’Università di Messina dal titolo: “Aspetti socio-antropologici che influenzano il confessore nel suo ministero”. Alcuni passaggi significativi: “Il fondamento conciliare del sacramento lo troviamo in Lumen Gentium 11, il duplice dono della riconciliazione: «Quelli che si accostano al sacramento della penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a Lui; allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato». Due dimensioni inseparabili: Riconciliazione verticale: perdono personale da Dio; Riconciliazione orizzontale: guarigione del corpo ecclesiale ferito dal peccato. Il peccato non è solo offesa a Dio, ma ferita alla comunione della Chiesa. La cultura contemporanea è profondamente permissiva e tende a giustificare tutto. La misericordia viene spesso confusa con l’indulgenza, il perdono con l’assenza di giudizio. In questo clima, parlare di responsabilità personale diventa difficile, quasi offensivo. La fedeltà presbiterale come contro-narrazione radicale è resistere alla logica della prestazione in un’epoca dell’apparire: In una cultura che identifica l’identità con il fare e con l’apparire, la fedeltà presbiterale si configura come una forma di resistenza alla logica della prestazione. Perché è una forza sociale? È rottura con l’effimero: La fedeltà – ha proseguito Pira – non si misura in prodotti (successi, risultati, visibilità), ma in presenza costante, ma è testimonianza comunitaria: In un mondo di relazioni strumentali, il sacerdote diventa luogo di stabilità per chi cerca senso. È contro-narrazione: Mentre la cultura dice vali per quel che produci, la fedeltà sacerdotale proclama: vali per quel che sei. È una categoria sociale: educa a riconoscere il male; insegna a chiedere perdono; promuove riparazione e ricostruzione dei legami. Il confessore è agente silenzioso di coesione, attraverso ascolto e collaborazione, diventa forma concreta di solidarietà sociale”.
Nel pomeriggio di martedì 10 febbraio è stato svolto il modulo psicologico “Il confessore nelle dinamiche dell’ascolto”, affidato a p. Salvatore Franco, sacerdote dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore regionale e membro del Servizio nazionale di Tutela minori. L’esperienza da confessore nella cattedrale di Messina e il suo ruolo di padre spirituale presso il seminario della stessa città metropolitana hanno conferito alla relazione un tratto particolarmente significativo sia per gli aspetti psicologici che pastorali. P. Salvatore ha, infatti, precisato come “l’umanità del confessore sia strumento principale del ministero della riconciliazione, necessita di una preparazione, si pone dinanzi al penitente con atteggiamento di accoglienza, silenzio, ascolto, empatia, sempre in un dialogo attento e prudente”.
Una mattinata è stata dedicata alla visita della Città di Acireale, in collaborazione con l’Associazione Cento Campanili, il rettore del seminario di Acireale, don Giovanni Mammino, ha guidato i partecipanti a conoscere i locali del Seminario, le principali chiese del centro storico ed infine il presepe settecentesco.
La relazione di don Alberto Iraci dal titolo “Il ministero e il penitente a servizio della verità della Penitenza. Aspetti canonistici del Sacramento (Cann. 965-991)” ha affrontato il tema del ministro come giudice, medico e padre, il sigillo sacramentale; sul penitente si è dato attenzione alla contrizione dei propri peccati, al diritto di ricevere l’assoluzione.
L’ultima relazione è stata affidata a don Domenico Messina, docente di Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia, svolta in una griglia di domande: “Quali ferite rituali dell’attuale forma celebrativa della riconciliazione? A partire dalla tua esperienza di penitente, cosa manca nella celebrazione della penitenza? Secondo te, cosa andrebbe valorizzato ancora meglio del rito attuale? Devozione (devotio) e fedeltà: la devozione è orientamento verso quello che la Chiesa ci ha affidato, un patrimonio che dobbiamo mantenere, fedelmente“. Alla relazione frontale si è dato seguito ad un dibattito aperto a domande ed esperienze personali.
Due incontri serali hanno impreziosito il percorso formativo sulla riconciliazione, la lettura biblica della categoria perdono di p. Carmelo Raspa, esegeta, e la testimonianza di p. Sebastiano Raciti, teologo e parroco, entrambi della Diocesi di Acireale.
I lavori si sono conclusi con la sintesi di don Sapuppo e la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, concelebrata da mons. Alessandro Damiano, con la presenza del card. Paolo Romeo. Abbiamo trascorso queste giornate condividendo le nostre esperienze in un clima sereno e fraterno.
LA GALLERIA FOTOGRAFICA
























































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