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LOTTA ALLA MAFIA. MONS. PENNISI (MONREALE): “I MAFIOSI CHE SI CONVERTONO DEVONO COLLABORARE CON LA GIUSTIZIA”   versione testuale

Intervista del Sir dopo la Giornata di preghiera per la conversione dei mafiosi


“Negli ultimi decenni in seguito anche al grave e ripetuto manifestarsi dell’esclusiva natura criminale e dell’estrema pericolosità sociale delle organizzazioni mafiose e, conseguentemente, al crescere di una diffusa coscienza collettiva di rifiuto di forme di tolleranza e di pur tacita e passiva connivenza col fenomeno, è maturata nella Chiesa una chiara, esplicita e ferma convinzione dell’incompatibilità dell’appartenenza mafiosa con la professione di fede cristiana”. Per mons. Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, il contrasto a ogni forma di mafia è diventato negli anni un tratto distintivo del suo episcopato. Anche per questa ragione ha accolto con piacere l’iniziativa della diocesi di Locri-Gerace, dove sabato 7 ottobre si è tenuta la Giornata di preghiera per la conversione dei mafiosi.
Dalle più recenti inchieste della magistratura, risulta evidente che la mafia in Italia non è più una questione meridionale.
Una particolare forma di corruzione che ha rapporto con l’economia e la politica viene esercitata dalle varie mafie. Ormai il fenomeno mafioso nei molteplici aspetti e nelle diverse nomenclature è molto diffuso e va oltre i confini della Sicilia e dell’Italia stessa fino a radicarsi in territori una volta insospettabili e in tutti gli ambiti legati soprattutto al potere economico: mercato della droga, sfruttamento della prostituzione, vari tipi di racket dall’usura al pizzo, infiltrazioni nella vita politica e gestione del potere a livello locale e nazionale.
Che ruolo può giocare la Chiesa nella lotta alla mafia?
È compito della Chiesa sia aiutare a prendere consapevolezza che tutti, anche i cristiani, alimentiamo l’humus dove alligna e facilmente cresce la mafia, sia indurre al superamento dell’attuale situazione attraverso la conversione al Vangelo, capace di creare una cultura antimafia fondata sulla consapevolezza che il bene comune è frutto dell’apporto responsabile di tutti e di ciascuno.
Per la maturazione di questa mentalità sono stati importanti gli interventi dei vescovi e dei papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, che hanno contribuito alla interpretazione e alla condanna della mafia a partire dalle tradizionali e originali categorie cristiane.
Convertirsi, però, non può trasformarsi in un espediente attraverso il quale il mafioso si dichiara pentito ma continua nei suoi traffici?
La Chiesa, in forza della sua stessa missione, rivolge ai mafiosi l’appello alla conversione. Tuttavia essa deve vigilare affinché l’esercizio del ministero di annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso, ad esempio durante la sua latitanza, e non si configuri, di fatto, come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare la legge di Dio e quella degli uomini. Nel caso del mafioso, la conversione comporta un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia
Quale tipo di impegno?
Nel suo appello alla conversione la Chiesa non può non fare presenti le esigenze proprie della conversione cristiana e quindi non ricordare, anche ai mafiosi, che la conversione non può essere ridotta a fatto intimistico ma ha sempre una proiezione pubblica ed esige comunque la riparazione. Nel caso del mafioso, la conversione non potrà certo ridare la vita agli uccisi, ma comporta comunque un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia,
fonte costante di ingiustizie e violenza, anche con l’indicazione all’autorità giudiziaria di situazioni e uomini, che se non fermati in tempo, potrebbero continuare a provocare ingiustizie.
Ci sono, dunque, delle condizioni precise da rispettare anche rispetto alla giustizia?
La mancanza di una tale indicazione da parte del mafioso convertito, oltre a configurarsi come atto di omertà, sembra ignorare il dovere della riparazione. C’è un nesso tra peccato di cui ci si pente e pena da assumere in espiazione del peccato. Nel caso di peccati legati all’appartenenza mafiosa, la “soddisfazione” del peccato è da vedere anche nelle pene sancite dalla condanna detentiva della magistratura, alle quali perciò il mafioso convertito potrebbe cercare di non sottrarsi. Una novità è emersa dalle parole pronunciate da Papa Francesco a Sibari il 21 giugno 2014: c’è l’esplicita condanna del comportamento mafioso con la commissione individuale di determinati atti criminali tipici della mafia, ma anche la stessa appartenenza all’organizzazione mafiosa. Papa Francesco non mette solo in evidenza il peccato grave in cui si trovano i mafiosi, ma dice che questa condizione di peccato dei mafiosi è anche un delitto penale che comporta la scomunica, perché c’è l’idolatria.
Il 21 marzo 2014, Francesco lanciava un appello ai mafiosi: “Per favore, cambiate vita, convertitevi, fermatevi, smettete di fare il male! E noi preghiamo per voi. Convertitevi, lo chiedo in ginocchio; è per il vostro bene. Convertitevi, ancora c’è tempo, per non finire all’inferno”. E a Sibari, pochi mesi dopo, affermava: “Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati!”.
Il Papa coinvolge nello stesso atto di condanna sia la ‘ndrangheta che la mafia, la camorra, la sacra corona unita e altre forme di criminalità organizzata di stampo mafioso, come a voler dire che si tratta di piaghe che non conoscono cittadinanza. Francesco vuole sottolineare che, oltre alla commissione di specifici delitti, è l’essere di per se stesso un mafioso che costituisce un delitto e necessita di una pena canonica: la privazione dei funerali religiosi, la scomunica.
C’è una difficoltà di applicazione delle sanzioni canoniche a livello territoriale?
Non sarebbe comprensibile che un delitto di stampo mafioso nelle diocesi della Sicilia, della Calabria o della Campania venga punito con la scomunica, mentre se commesso in un’altra Regione possa restare indifferente alla pena non essendoci una stessa sanzione canonica. Questo vuoto normativo a livello universale lo si può comprendere con la difficoltà che si è avuta nel conoscere i meccanismi con cui il malaffare legato a questa tipologia di associazioni criminali abbia potuto insinuarsi e radicarsi in tutti i gangli della società. Ci si deve domandare perché la scomunica non valga in quei luoghi in cui vi sia la presenza di associazioni mafiose, i cui aderenti non risultano invece colpiti da scomunica in assenza di un decreto formale da parte dei singoli vescovi o delle Conferenze regionali o nazionali. L’eventuale legge penale universale dovrebbe contenere una configurazione del delitto canonico di mafia la più ampia possibile, appunto perché il fenomeno assume oggi contorni globali. La scomunica comminata è una pena medicinale, è un monito in vista di un possibile ravvedimento e della conversione.
I cattolici devono impegnarsi in prima persona nel contrasto alla mafia?
Alla comunità cristiana si richiedono dei gesti originali che portino a una prevenzione dei reati collegati col fenomeno mafioso impegnandosi per la diffusione di una cultura della legalità e all’educazione a non fare del denaro e della ricerca smodata del potere gli idoli a cui sacrificare tutto a partire dalla vita delle persone. [01]
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