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AGRIGENTO. ROSARIO LIVATINO: "IMMAGINE VERA DI UOMO E SANTO, FRUTTO BUONO DELLA NOSTRA TERRA"   versione testuale

Chiusa ad Agrigento la fase diocesana del processo per la canonizzazione del giudice canicattinese

Nel corso della sessione pubblica che ha chiuso, martedì 3 ottobre 2018, nella chiesa sant’Alfonso, ad Agrigento, la fase diocesana del processo per la beatificazione del giudice canicattinese Rosario Angelo Livatino, l’arcivescovo card. Francesco Montenegro, ha voluto evidenziare che “l’obiettivo non è stato quello di capire da chi o per quale ragione Livatino sia stato ucciso, ma per chi ha speso tutta la sua vita”. Uno dei messaggi più importanti dell’indagine diocesana sulla vita del giovane giudice è, per il card. Montenegro, che “per diventare santi non dobbiamo estraniarci dai nostri impegni ma, piuttosto, dobbiamo sporcarci le mani nelle fatiche quotidiane cercando di mantenere pulito l’abito battesimale. Livatino – ha aggiunto – per noi è espressione di un cristianesimo fatto di unione con Dio e di servizio all’uomo, di preghiera e di azione, di silenzio contemplativo e di coraggio eroico”. Ricordando le parole di san Giovanni Paolo II che, nella visita alla città dei templi, lo definì “martire della giustizia e, indirettamente, della fede”, l’arcivescovo di Agrigento ha aggiunto che “tanti altri prima di lui e dopo di lui, purtroppo, sono morti per lo stesso motivo”, ma per Livatino era “molto di più del semplice adempimento del dovere”, perché si è “impegnato a portare il Vangelo dentro ciò che era chiamato a vivere ogni giorno, nella ricerca della giustizia e nel rispetto della dignità di ogni persona”. Poi un pensiero agli agrigentini: “Dobbiamo pensare che anche da questa terra possono spuntare dei frutti buoni. Quando si parla di Agrigento – ha detto il card. Montenegro – a volte si diventa tristi, non è questo il caso. Quando si accende una luce tutti la vedono. La città ha bisogno di speranza. Vorrei – ha concluso – che questo diventasse un invito per tutti a credere in quello che si fa”.
“Siamo riusciti a dare un’immagine vera, non quella del santino”. Così don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di canonizzazione, mercoledì 3 ottobre 2018, durante la sessione pubblica che ha chiuso la fase diocesana per la beatificazione di Rosario Angelo Livatino, il giudice canicattinese ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. A dare conferma di quanto affermato dal sacerdote, la presenza di tanta gente che ha gremito, ad Agrigento, la chiesa sant’Alfonso, dove si è tenuta la sessione pubblica. “Grazie al processo, abbiamo avuto la possibilità di approfondire sempre di più la figura e di conoscerlo: lui, infatti – ha detto il postulatore -, non amava parlare di sé e delle sue cose intime pochi sapevano. Per esempio neanche i suoi stessi genitori sapevano di quel suo fermarsi quotidianamente presso la chiesa di san Giuseppe, vicina al Tribunale, per raccogliersi in preghiera”. Affidava a Dio la propria giornata e il difficile compito di giudicare. “Rosario Angelo riesce a coniugare giustizia e carità perché questa è la volontà di Cristo. Da questo – ha aggiunto don Livatino – nasce il suo senso di umiltà, quello che deve avere chi giudica: nel considerare che solo Dio è giudice assoluto e giusto, e che chi hai di fronte non è solo un imputato ma una persona titolare di diritti”. Durante la sessione pubblica è stata data lettura degli atti formali e sono stati apposti i sigilli in ceralacca ai pacchi con la documentazione raccolta, che sarà adesso inviata a Roma, alla Congregazione delle cause dei santi. Si tratta di oltre 4mila pagine prodotte dal Tribunale ecclesiastico che, in sette anni di lavoro, ha raccolto oltre 40 testimonianze, comprese quella di una donna pugliese guarita da leucemia dopo l’apparizione del giudice e quella di uno dei componenti del commando che fece fuoco contro di lui, uccidendolo mentre percorreva la strada tra Canicattì e Agrigento per recarsi al lavoro. Una “santità quotidiana” quella di Rosario Angelo Livatino che affascina e coinvolge. “Chiedono di lui, per conoscerne la biografia e la figura – ha sottolineato il postulatore -, anche dalla Filippine, dall’America Latina, dall’Est del nostro continente e da molto Paesi europei”. [01]
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