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AGRIGENTO. 50° TERREMOTO BELICE: “LE VITTIME DI ALLORA CI CHIEDONO DI AMARE QUESTA TERRA, NON DI SOPPORTARLA"   versione testuale

L'intervento del card. Montenegro e l'invito a ritrovare l’unità

“Quella storia iniziata 50 anni fa vede anche noi protagonisti, anche solo per il fatto che sono presenti molte persone di allora. Quella storia tocca a noi continuarla. Le vittime di allora ci chiedono di amare ancora di più questa terra, non di sopportarla. Sentiamoci in debito nei loro riguardi”. Lo scrive l’arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro, nel suo messaggio in occasione della commemorazione del 50° anniversario del terremoto nel Belìce che nella notte, tra il 14 e il 15 gennaio 1968, seminò distruzione nei comuni della Valle e causò circa 400 morti. “Come un mostro ha tentato di coprire con le macerie ricordi, storia e storie. Come se avesse voluto scrivere la parola ‘fine’ di e in tante comunità. Eppure il terribile mostro non ha vinto. La volontà e la tenacia di molti assieme all’amore per il proprio territorio hanno avuto il sopravvento”. Il cardinale, che domani pomeriggio a Montevago concelebrerà una Messa con gli altri vescovi delle diocesi della Sicilia occidentale, afferma che “le città non muoiono sino a quando chi le abita è capace di gettare intorno a sé semi di futuro”. Da qui un invito: “Tocca a noi continuare a vivere, operare e costruire qui la vita e il tempo. Amiamo e rispettiamo sempre questa terra, la sua gente, la sua storia, la sua tradizione. Guardiamo tutto e tutti con occhi d’amore, nonostante le tante ferite, passate e recenti”. Un incoraggiamento che continua: “Rifiutiamo di restare narratori di una storia triste che appartenne ad altri, ma sentiamoci protagonisti orgogliosi di una storia nuova e possibile che ci è stata consegnata. Edifichiamo ma insieme, viviamo ma insieme, nelle nostre città, perché siano a misura d’uomo”. Quindi, il bisogno di ritrovare l’unità. “Insieme, come i profeti di un tempo, rifiutiamo gli schemi logori di convivenze che non potranno mai diventare comunità, se si dovessero costruire sull’indifferenza, la rassegnazione e la triste filosofia del ‘chi me lo fa fare’, ma insieme costruiamo comunità che sanno e vogliono parlare di speranza, di futuro, di fraternità. È il modo per sconfiggere definitivamente un mostro del passato. È il modo per avere la certezza che il futuro nuovo è già iniziato”. [01]

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