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CALTAGIRONE. GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI: GLI AUGURI DEL DIRETTORE DIOCESANO   versione testuale

Don Gianni Zavattieri a quanti si occupano in Diocesi di mass media e comunicazioni sociali

"Fiducia e Speranza sono le parole-chiave che il Papa ci consegna da proclamare e testimoniare, anche quando la consapevolezza delle profonde difficoltà e patologie spirituali e culturali in cui l’attuale sistema educativo, culturale e dunque anche informativo e comunicativo è chiamato ad agire è sotto gli occhi di tutti. Gli spazi,le sofisticate tecnologie e le stesse modalità comunicative sono una sfida quasi impari per ogni impresa che voglia affrontare la mole di emergenze, eventi, bisogni e diffuse povertà, non sempre e non solo di natura materiale". Così, in occasione della Giornata mondiale per le Comunicazioni sociali, il direttore dell'Ufficio diocesano di Caltagirone, don Gianni Zavattieri ai giornalisti, ai tecnici e a quanti in Diocesi si occupano di Comunicazioni e mass media.
 
"Il tema voluto dal Santo Padre Francesco per la Giornata di quest’anno suona come un energico grido di Speranza e di Fiducia in un tempo segnato da drammi umani, socio-politici e situazioni di violenza e di guerra “a pezzi” in molti angoli del mondo, che sono sotto gli occhi di tutti.
Essa si rivolge a tutti i responsabili della vita ecclesiale, perché ci si faccia insieme promotori e annunciatori attenti e appassionati di questi aneliti e angosce del cuore umano, coinvolgendosi insieme a tutti gli uomini di buona volontà alla causa del bene e della Pace, che non può non trovare attenzione specialissima nella Comunità dei Discepoli di Cristo, chiamata a farsene anima e testimonianza capillare, con tutti gli strumenti e le modalità possibili.
Da quando il Beato Paolo VI, dando seguito alla volontà del Concilio Vaticano II, dispose che venisse celebrata annualmente questa Giornata, la questione media ha assunto un ruolo decisivo nella nostra esistenza. Non si limita, infatti, a svolgere un ruolo di utile servizio informativo e culturale, ma pervade la cultura sociale fino a modificarne e determinarne a volte i dinamismi.
Il Decreto conciliare Inter mirifica ne aveva intuito e sottolineato la delicata centralità, proclamandone anche la preziosa funzione e utilità, senza, tuttavia, sottovalutare i rischi di uno sviluppo mediatico vorticoso, che in quest’ultimo cinquantennio della nostra storia ha assunto un peso culturale e socio-politico determinante.
Strumenti e modalità sempre più sofisticati dicono chiaramente quanto la storia del mondo, dei popoli e delle nazioni, degli uomini e delle donne di questo tempo sia diventata complessa da vivere e raccontare.
Da qui il ruolo decisivo della “narrazione-informazione” mediatica anche nell’annuncio del Vangelo della Salvezza. La proclamazione della “buona notizia” del Vangelo è chiamata ad affrontare sfide straordinarie. Parlare di Dio, della sua “paternità” e provvidente quanto misteriosa bontà è via quanto mai impervia per le attese e le speranze di un mondo drammaticamente provato da mille paure e precarietà.
Fiducia e Speranza sono le parole-chiave che il Papa ci consegna da proclamare e testimoniare, anche quando la consapevolezza delle profonde difficoltà e patologie spirituali e culturali in cui l’attuale sistema educativo, culturale e dunque anche informativo e comunicativo è chiamato ad agire è sotto gli occhi di tutti. Gli spazi,le sofisticate tecnologie e le stesse modalità comunicative sono una sfida quasi impari per ogni impresa che voglia affrontare la mole di emergenze, eventi, bisogni e diffuse povertà, non sempre e non solo di natura materiale.
La narrazione, pur doverosa e inevitabile, che racconta eventi disperati e situazioni drammatiche rischia di percorrere l’enfasi retorica e sentimentale, e di alimentare paure e strategie di resa, piuttosto che mettere nei solchi della vita semi e strategie di speranza e di pace. Questo il senso di una sensibilizzazione, capace di accogliere la provocatoria scommessa di un modello comunicativo che faccia sua la logica della “incarnazione”, cioè dell’essere realmente là dove la storia e le storie accadono e chiedono di essere evangelizzate” dalla “logica del buon Samaritano”, che di fronte al dramma del fratello malconcio abbandonato ai bordi della strada “che scendeva da Gerusalemme a Gerico” scese da cavallo, si caricò il malcapitato e lo accompagnò all’ostello, consegnandolo alle cure del gestore, facendosi carico delle “spese” conseguenti e con l’impegno di “tornare”. [01]
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